Fare, non solo dire: UIA partecipa al Padiglione della Santa Sede

Di Alessandro Marinello

UIA parteciperà al Padiglione della Santa Sede alla Biennale Architettura 2025. Bello, no?!
La cosa più bella è che sembra un progetto fatto apposta per noi, invece ci siamo entrati dentro in corsa, grazie a quegli incontri che paiono scritti da uno sceneggiatore a corto di idee, che decide di far incontrare i protagonisti troppo perfetti gli uni per gli altri e fare andare tutto come dovrebbe.

Ecco, noi di UIA e i curatori del Padiglione siamo proprio perfetti insieme. Quando Giovanna Zabotti è venuta a trovarmi a Villa Hériot c’è stato subito feeling, le idee e gli obiettivi hanno immediatamente risuonato all’unisono.
Loro hanno pensato a una Padiglione che si chiama Opera Aperta, e non è solo un titolo: è un invito.
L’idea che il restauro sia prendersi cura di ciò che vale, di recuperarlo anche quando sembra troppo malandato. E che questo oggetto non valga solo per l’arte e l’architettura. Ma anche per le persone.
Un’azione culturale che vuole essere sociale, politica nel senso più alto.

E tutto questo è esattamente la visione di UIA. Insegnare imparando, avere cura, ascoltare più che sentire sono concetti che risuonano nel nostro fare quotidiano. Da maggio a novembre terremo due workshop a settimana dentro lo spazio espositivo.

Lavoreremo sull’affresco. Si parte da un disegno, lo si trasferisce su intonaco fresco, si dipinge con pigmenti naturali. Ogni gesto è definitivo, ogni errore resta. E i colori cambiano, a contatto con la calce. Una lezione che vale oltre la tecnica.

Poi la gommalacca (e tu lo sai cos’è la gommalacca?), stesa con uno stoppino costruito a mano, lucidare il legno con pazienza e continuità per imparare che più della forza e della velocità conta la costanza e il gesto.
E poi la foglia d’oro, che va posata quasi trattenendo il fiato. La pietra, che si pulisce senza cancellare, si ripara senza fingere.
I calchi in silicone, per parlare di copie e di memoria, non solo di originali.

Ogni laboratorio è un piccolo atto di attenzione: verso i materiali, verso il tempo, verso il modo in cui impariamo a guardare le cose. Non per fare tutto alla perfezione, ma per farlo davvero, e dopo averlo fatto avere occhi nuovi con cui guardare le cose.

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