Opera Aperta
di Giovanna Zabotti
Quando abbiamo cominciato a immaginare il Padiglione della Santa Sede alla Biennale, il tema della “riparazione” ci è apparso da subito come qualcosa di necessario, urgente, ma anche difficile da afferrare in tutta la sua profondità. Non volevamo proporre una risposta, ma piuttosto aprire uno spazio di ascolto, un’opera davvero “aperta”, capace di accogliere domande, tensioni, differenze.
In questo percorso, l’incontro con UIA non è stato né formale né scontato. È stato, piuttosto, un punto di risonanza. Abbiamo riconosciuto un’energia affine: quella di chi lavora tra le pieghe, cercando di tenere insieme le persone più che i progetti, di valorizzare i processi più che le vetrine.
All’inizio, come spesso accade nei rapporti veri, c’era una certa distanza da colmare: linguaggi diversi, ritmi diversi, priorità che sembravano disallineate. Ma poi, lavorando insieme – nel concreto, nelle riunioni a volte caotiche, nei fogli condivisi, nei momenti di dubbio e nelle intuizioni improvvise – abbiamo iniziato a costruire qualcosa che somigliava sempre di più a un’alleanza.
Oggi il lavoro con UIA non è solo un supporto tecnico o creativo, è una forma di coesione. Hanno contribuito a dare forma visibile e comunicabile a ciò che rischiava di restare solo sensazione o intenzione. Ma soprattutto, hanno ascoltato. Hanno accolto l’idea di un padiglione che non è una mostra, ma un gesto. Un padiglione che prova, in un tempo ferito, a parlare di cura.
Le prospettive future? Non lo so con certezza. Ma se penso a UIA, immagino una collaborazione che può crescere ancora, magari sbagliando insieme, magari cambiando strada, ma sempre con la libertà di restare autentici. Senza doverci dire perfetti, ma sapendo di poterci riconoscere in quello che facciamo.
E in fondo, è anche questo il senso di Opera Aperta: non chiudere mai il dialogo.