Dentro il cantiere di “Opera Aperta”
La Biennale Architettura 2025 si è chiusa, ma l’esperienza di Opera Aperta al Padiglione della Santa Sede continua a risuonare forte per noi dell’UIA. In quei mesi lo spazio espositivo si è trasformato in un luogo vivo, dove il pubblico poteva vedere, toccare e capire cosa significhi davvero “prendersi cura”. Tra i momenti più intensi c’è stato il workshop dell’affresco guidato da Nadia Cristina Grandin: partire da un disegno, stendere l’intonaco, dipingere con pigmenti naturali sapendo che ogni gesto resta, che la calce cambia tutto, che la pazienza conta più della perfezione. Nadia, docente UIA e restauratrice con una passione contagiosa per le tecniche tradizionali, ha accompagnato i partecipanti in un’esperienza che è stata insieme laboratorio, racconto e scoperta. In questa intervista le chiediamo di aiutarci a raccogliere ciò che questa avventura ha lasciato: mani più consapevoli, occhi più attenti e un modo diverso di stare davanti alle cose.
Nel Padiglione “Opera Aperta” il restauro diventa un gesto di cura: in che modo i tuoi workshop hanno aiutato i partecipanti a trasformare un gesto tecnico in un atto consapevole verso la materia e verso sé stessi?
Il modo antico di realizzare un manufatto artistico è oggi sconosciuto alla maggior parte delle persone. Illustrare ai partecipanti cos’è un affresco o quali regole stringenti esistevano in passato nell’usare e mescolare i vari colori, li ha resi consapevoli che l’arte, da sempre, non è tanto un’espressione volitiva, ma piuttosto una ricerca faticosa, un percorso accidentato, una sfida contro il tempo. Di un’opera d’arte bisogna amare e apprezzare il suo valore, ma anche capire che la materia di cui è fatta, è docile ma non malleabile, permanente ma non eterna e per questo, accettare le sue fragilità non come un difetto, ma come una bellezza da custodire.
Come è stata accolta l’iniziativa dalla comunità – passanti, visitatori e curiosi – e quali reazioni o feedback ti hanno colpito di più durante i workshop?
C’è stata molta sorpresa, curiosità e attenzione da parte dei partecipanti, specialmente quando hanno dovuto eseguire la fase pratica del laboratorio. Costretti a riflettere, a seguire delle istruzioni ben precise e poi a confrontarsi l’un l’altro, commentando gli esiti (soprattutto quelli infelici!) misurandosi con i propri limiti e le proprie aspettative, li ha fatti sorridere, rilassare e collaborare in un clima disteso di partecipazione, come se non fossero perfetti sconosciuti.
Durante il lavoro sull’affresco ogni scelta è definitiva: qual è stata la reazione più significativa dei partecipanti di fronte all’idea che “l’errore resta”?
L’affresco è una tecnica pittorica di estrema difficoltà: richiede le idee chiare fin dall’inizio, una progettazione ben studiata, una ferrea pianificazione di lavoro e una velocità d’esecuzione limitata a poche ore. Si dipinge su intonaco fresco e già la stesura di uno strato di malta è stata un’esperienza tutt’altro che facile! I colori cambiano di tonalità una volta asciutti e non sono ammessi né errori né pentimenti perché anche il disegno si traccia in maniera indelebile. Queste costrizioni hanno spaventato non poco i partecipanti, ringraziando il cielo che, oggi, si può dipingere sul muro in maniera molto meno problematica; tuttavia, ciò li ha resi davvero consapevoli della qualità e dell’unicità dei manufatti antichi e del senso profondo del restauro. Mi hanno detto che non riusciranno più a vedere un’opera d’arte con gli stessi occhi di prima.