Giorgio Busetto: Louis Kahn e Giuseppe Mazzariol

Seppur fuggevole, è molto vivo il mio ricordo di Louis Kahn con Giuseppe Mazzariol.

Nel 1972 facevo volontariato alla Biblioteca Nazionale Marciana e poco dopo anche alla Fondazione Querini Stampalia, di cui Mazzariol era direttore. In quell’anno egli mi chiamò all’UIA, l’Università Internazionale dell’Arte di Venezia, a reggere la segreteria dei corsi storici, in particolare quelli sul Rinascimento veneziano. Per me poco più che ventenne è stata un’esperienza straordinaria. Mazzariol è stato un maestro fondamentale per la mia formazione e ho cercato di seguirlo in tutte le occasioni possibili.

Una di queste fu una colazione a casa sua con Louis Kahn. Va detto che Mazzariol aveva un eccezionale interesse per la progettualità in tutte le sue forme, e dunque per i creativi in quanto portatori del soffio vitale. Di qui la concezione dell’UIA come atelier in cui far tenere corsi e laboratori stabili ad alcuni maestri e occasionali lezioni e workshop a grandi architetti, artisti,
studiosi.

Mazzariol era uno storico dell’arte e un uomo politico, aveva anche una precisa idea di Venezia, che riteneva non potesse essere adeguatamente conservata se non fosse stata produttiva, soprattutto puntando sull’immateriale e sui servizi (Venezia città computer aveva scritto nel 1963 pubblicando i sei grandi fogli della celebre veduta di Venezia di Jacopo de’ Barbari); e se non
fosse stata contemporanea al proprio tempo, e dunque capace di consentire a grandi architetti di operare al suo interno esattamente come per il passato. Cercò dunque di promuovere l’azione progettuale di Le Corbusier, di Louis Kahn, di Carlo Scarpa, andando così incontro a irrimediabili bocciature: l’Ospedale di Le Corbusier a San Giobbe, il Palazzo dei Congressi di Kahn ai Giardini, la Foresteria e depositi della Querini Stampalia di Carlo Scarpa, che pur aveva lì stesso realizzato il mirabile e visitatissimo restauro del piano terra del cinquecentesco palazzo sede della Fondazione.

Per tutte queste ragioni il rapporto con Kahn era per lui importantissimo. Si trattava di valorizzarne la presenza nella speranza di superare le contrarietà al progetto che proprio allora giungeva invece a definitiva bocciatura; di utilizzarne il magistero nel contesto della scuola così vitale che aveva fondato all’UIA; di studiarne le modalità di espressione del talento in funzione di uno dei libri che aveva immaginato di scrivere e che poi non scrisse mai, quello sulla creatività vista attraverso i suoi incontri con gli artisti.

Quando due anni più tardi Kahn morì, Mazzariol tenne nella scarpiana Aula Luzzatto della Querini Stampalia una bellissima vera e propria orazione funebre, davanti al modello ligneo del Palazzo dei Congressi esposto in una teca. Raccontò allora che per giorni aveva accompagnato Le Corbusier in visita a Venezia, dovunque il maestro svizzero-francese volesse andare. Notissime le
fotografie che li ritraggono in gondola, uno dei punti d’osservazione della città privilegiati per Le Corbusier che come urbanista voleva la separazione dei percorsi tra funzioni diverse, in questo caso merci nei canali e passanti su rive e calli. E questo loro andare corrispondeva a quella lettura itinerante della città che teorizzava Sergio Bettini, il grande storico dell’arte che fu per Mazzariol maestro amatissimo.

Ma quando si trattò di far visitare Venezia a Kahn, Mazzariol – così proseguiva nel racconto – lo condusse seguendo il medesimo itinerario voluto da Le Corbusier, perché voleva confrontare le reazioni dei due grandi architetti. Fu così che oltre che in gondola, lo fece salire sul tetto di Palazzo Ducale!

Ricordo dunque Kahn a casa di Mazzariol in quella occasione. Un viso particolarmente espressivo, devastato dalle cicatrici delle ustioni che aveva avuto da bambino, e caricato dagli occhiali, che ingrandivano i suoi occhi così giotteschi, allungati agli angoli, intensi, pieni di attenzione per ciò che veniva considerando.
La cosa straordinaria era assistere al colloquio dei due uomini. Nessuno dei due parlava la lingua dell’altro, ma parlavano lentamente ed era evidente che si comprendevano, quasi che la loro comunicazione avvenisse su un altro piano, fatta di segni misteriosi, di cose ben note a loro e fra loro: di nuovo l’impressione era quella di personaggi di un’antica pittura, rappresentati nell’incontro.

Quei segni erano indubitabilmente l’interesse che entrambi portavano per una grande creazione, che richiedeva una liturgia di forme immemoriale, l’aver introitato la lezione di antichi maestri per riproporla con una comprensione ieratica del mondo e in quel caso della città, Venezia, per loro con ogni evidenza di nuovo divina.

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