Quando visibile e invisibile si sfiorano: intervista a Beatrice Gelmetti

Il suo lavoro sembra arrivare da un luogo quieto, ma profondo. Ha qualcosa di silenzioso e insieme potentissimo, come certi gesti che non si spiegano, ma si sentono addosso. Beatrice Gelmetti dipinge atmosfere sospese, forme che restano in bilico, tracce di corpi e pensieri. Le sue opere non alzano la voce, ma chiedono attenzione. Ti parlano solo se hai voglia di ascoltare davvero.

Per questo, quando è stato il momento di scegliere un’artista con cui confrontarsi, gli studenti dell’UIA non hanno avuto dubbi. L’hanno voluta, l’hanno studiata, l’hanno curata. Sì, curata: nel senso pieno del termine. Perché il corso “Come si realizza una mostra?” non è solo teoria o simulazione. È un’esperienza vera, che porta chi partecipa a costruire una mostra reale, in ogni suo passaggio.

E Beatrice ha accettato la sfida: ha aperto le porte del suo lavoro, si è lasciata osservare, interpretare, raccontare.

Ma cosa succede quando un’artista affida il proprio mondo a chi è ancora in fase di formazione? Lo abbiamo chiesto direttamente all’artista.

Se dovessi raccontare la tua ricerca artistica senza etichette, come la descriveresti? Cosa torna sempre, anche quando non ci pensi troppo o non te lo aspetti?

La costante nella mia ricerca è, da sempre, il desiderio di trasformazione. Una trasformazione lenta, quasi alchemica, che riguarda la materia pittorica ma che inevitabilmente attraversa anche me. La pittura è un linguaggio che parla a bassa voce: bisogna stare in silenzio, starle accanto, lasciarsi guidare. Io cerco di seguirne i sussurri, di intercettare quel momento fragile in cui la materia smette di essere superficie e diventa visione, presenza, spazio mentale. Questo ascolto profondo, a volte quasi ossessivo, è ciò che mi spinge a continuare. La pittura, per me, non è mai solo tecnica o forma: è un processo di attraversamento, qualcosa che chiede di essere abitato.

Il tuo linguaggio visivo è riconoscibile, personale. Ma lo hai raggiunto nel tempo. C’è stato un momento in cui hai sentito che qualcosa stava cambiando, che stavi andando da un’altra parte?

Ci sono stati molti momenti di passaggio, anche dolorosi. Ma forse uno dei più importanti è stato quando ho capito che non c’era un’unica direzione da seguire. Che la mia strada sarebbe stata fatta di deviazioni, di esperimenti, di inciampi. Ho sentito il bisogno di abbandonare la tentazione di uno stile riconoscibile a tutti i costi e di permettermi di cambiare, anche in modo radicale. È stato in quel momento che la parte più astratta del mio immaginario ha incontrato la figura, non per scomparire ma per trasformarsi. Ho iniziato a usare il colore come se fosse un corpo a sé, capace di contenere tutte le tensioni e le delicatezze che cercavo. È lì che la mia pittura ha preso davvero voce.

In questo corso sei stata artista, certo, ma anche un po’ “docente”. Cosa credi sia davvero utile trasmettere a chi vuole avvicinarsi alla curatela? Non tanto in termini di strumenti, ma di sguardo.

Entrare in un contesto didattico così particolare è stato per me un atto di fiducia. Ho cercato di offrire agli studenti uno sguardo il più possibile libero, senza schemi. Credo che oggi, più che mai, ci sia bisogno di curatori capaci di immaginare, di rischiare, di fare scelte radicali. La curatela, se vissuta fino in fondo, non è un semplice accompagnamento dell’opera: è un gesto creativo, un atto di ascolto e di interpretazione. Ho provato a trasmettere questa visione un po’ folle ma molto concreta: che ogni mostra può essere un’opera in sé, un racconto a più voci in cui la fiducia e l’intuizione giocano un ruolo fondamentale.

Che tipo di scambio si è creato con gli studenti? Hai sentito il bisogno di orientare, o ti sei lasciata portare dalle loro proposte, dai loro occhi nuovi?

Con i giovani curatori si è creato un rapporto che definirei quasi musicale. Ho cercato di non impormi, di lasciare che fossero loro a trovare la loro voce dentro il mio lavoro. Allo stesso tempo, ho provato a offrire degli appigli, delle suggestioni, come si fa in una conversazione in cui non si sa dove si andrà a finire. E proprio per questo è stato bello. Il fatto di potersi affidare, di lasciarsi sorprendere dall’altro, ha generato una specie di ritmo comune. Mi piace pensare che questo ritmo sia rimasto, che chi visiterà la mostra possa percepire l’armonia e le tensioni di questa collaborazione. Perché alla fine, quando si costruisce qualcosa insieme, l’opera non è più solo tua. E questo, a volte, è il regalo più grande.

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