Una chiacchierata con Camilla Donantoni sul ruolo dell’Exhibition Manager
In occasione del nuovo corso Exhibition Manager dell’UIA di Venezia – un percorso molto pratico che insegna davvero come si costruisce una mostra, passo dopo passo – abbiamo incontrato Camilla Donantoni, che del corso è la coordinatrice. Chi la conosce lo sa: dietro al suo curriculum impressionante, fatto di una laurea con lode allo Iuav, un dottorato, un master internazionale e anni di ricerca e insegnamento tra Italia e Germania, c’è una persona capace di parlare dell’arte e del lavoro dietro le mostre con una sincerità rara. Con lei abbiamo fatto una chiacchierata aperta: su cosa significhi entrare in questo mestiere, su quali competenze contano davvero e su come ci si orienta in un settore bellissimo ma non sempre facile da decifrare. Un punto di vista lucido ma incoraggiante, perfetto per chi sta pensando di fare il primo passo.
Il ruolo dell’Exhibition Manager è ancora poco conosciuto: come lo descriveresti in poche parole a chi si affaccia per la prima volta a questo mondo?
Costruire una mostra, ma ancor più tutto quel mondo invisibilmente sotteso che ruota attorno e ne consegue, è una pratica complessa che richiede competenze specifiche e trasversali: flessibilità e rigore, creatività e capacità di problem solving, di negoziazione e di lavoro in team. La vera sfida consiste nel comprendere a fondo e concretamente il contesto culturale e di relazioni entro il quale si deve muovere la figura dell’Exhibition Manager.
Cosa ti porti del tuo bagaglio formativo nell’ambito? Qual è stata la scoperta più trasformativa che hai portato dal mondo accademico a quello operativo delle esposizioni?
La risposta più onesta è “tutto”. Considerata la poliedricità di questa figura e la necessaria capacità di adattamento che la deve contraddistinguere, ogni esperienza maturata, ogni successo ma soprattutto ogni fallimento sono il fondamentale bagaglio culturale da custodire gelosamente. Ritengo sia fondamentale sfondare quel muro che troppo spesso divide il mondo accademico da quello più operativo della professione, traducendo quanto acquisito nella teoria in un “saper fare”.
Qual è la parte del tuo lavoro che ti fa dire: “Ok, questo è il motivo per cui amo fare mostre”?
La possibilità di avere a che fare con grandissimi conoscitori d’arte, il poterla toccare con mano ma soprattutto la possibilità di esprimere un pensiero a riguardo. Un’esposizione è per me semplicemente il pretesto per pensare, ripensare, interpretare l’arte nelle sue diverse forme. Dove di semplice, però, non c’è nulla.
Coordini il corso di Exhibition Manager all’UIA di Venezia: qual è la promessa – quella vera – che fate agli studenti che decidono di iscriversi?
Ai miei studenti non faccio mai promesse che non sono certa di poter mantenere; per questo posso dire che lavorerò duramente per dare loro la possibilità di dare “concretezza” al percorso che faremo insieme. Non dirò di più perché penso che la fiducia nella figura del proprio docente sia fondamentale, anche quando non è sempre chiaro dall’inizio quale sia la meta ultima.
Sempre guardando ai giovani che vorrebbero entrare in questo settore, spesso scoraggiati da precarietà e porte semichiuse: qual è la verità che nessuno dice, ma che potrebbe aiutarli a orientarsi senza illusioni e senza perdere entusiasmo?
Cercare di avere competenze a livello generale per poter mantenere una visione d’insieme, ma allo stesso tempo specializzarsi su un aspetto specifico per essere “riconoscibili”. MI spiego meglio: sapere e saper fare un po’ tutto ma al tempo stesso essere quella persona a cui fare riferimento per un argomento specifico, cercare di diventarne l’esperto per cui tu e nessun altro. E ancora, non avere paura di fare fatica ma anzi farne qualcosa da cercare più che da evitare come motore che renderà ogni riuscita ancora più gratificante. Se fosse facile, potrebbero farlo tutti e quindi che gusto ci sarebbe?